Dott.ssa Ilaria Laccu

Articolo del 09-07-2026

Negli ultimi anni il sonno è passato dall’essere un bisogno fisiologico a un vero e proprio oggetto di ottimizzazione.

App, smartwatch e wearable promettono di misurarlo, migliorarlo e perfezionarlo.

Proprio da questa ossessione, però, nasce un fenomeno sempre più discusso in medicina del sonno: l’ortosomnia.

 

Cos’è l’ortosomnia

Il termine compare per la prima volta in un paper pubblicato sul Journal of Clinical Sleep Medicine nel 2017: gli autori descrivono una nuova forma di disagio, ovvero la preoccupazione eccessiva nel raggiungere un sonno “perfetto” misurato dai dispositivi digitali.

L’etimologia è indicativa:

  • ortho = corretto;
  • somnia = sonno.

L’ortosomnia, quindi, è la ricerca compulsiva del sonno giusto.

Non si tratta di una patologia formalmente riconosciuta nei manuali diagnostici, ma di un costrutto clinico emergente, osservato sempre più spesso nei pazienti che utilizzano tracker del sonno.

Uno degli aspetti più interessanti è il paradosso che caratterizza l’ortosomnia:
più si cerca di migliorare il sonno, più questo peggiora.

Secondo lo studio clinico citato prima:

  • i pazienti iniziano a fidarsi più dei dati del dispositivo che delle proprie sensazioni;
  • interpretano ogni variazione come un problema;
  • sviluppano ansia anticipatoria legata al momento di dormire.

Questo crea un circolo vizioso:

  • controllo continuo dei dati;
  • aumento della preoccupazione;
  • peggioramento del sonno;
  • ulteriore controllo.

 

Il ruolo dei dispositivi wearable

L’ortosomnia è strettamente legata alla diffusione dei tracker del sonno.

Una ricerca qualitativa sull’uso di questi strumenti evidenzia che:

  • gli utenti sviluppano un attaccamento progressivo ai dati;
  • emergono comportamenti ossessivi legati al monitoraggio;
  • si manifesta una vera e propria ansia da prestazione del sonno.

Il problema principale non è tanto la tecnologia in sé, quanto:

  • l’interpretazione dei dati;
  • la percezione di precisione;
  • la tendenza a trasformare il sonno in un confronto.

Un nodo cruciale è la precisione dei tracker.

I dispositivi consumer:

  • non utilizzano la polisonnografia;
  • stimano il sonno tramite movimento e frequenza cardiaca;
  • producono notoriamente dati discordanti dalla realtà.

Questo porta a un fenomeno critico: persone con sonno normale che si convincono di dormire male; nel paper originale sull’ortosomnia, gli autori sottolineano proprio il rischio di auto-diagnosi errate basate su dati non clinici.

Ortosomnia e insonnia: un legame stretto

Per molto tempo si è parlato di ortosomnia solo in termini aneddotici. Oggi iniziano ad arrivare dati quantitativi.

Uno studio recente su oltre 500 partecipanti ha stimato che:

  • tra il 3% e il 14% degli utenti di dispositivi presenta criteri compatibili con ortosomnia;
  • queste persone mostrano livelli più elevati di sintomi di insonnia diurni e notturni rispetto agli altri.

Un dato rilevante: l’ortosomnia non dipende da età o genere, ma da fattori psicologici e comportamentali.

Dal punto di vista clinico, l’ortosomnia si inserisce nel più ampio quadro dell’insonnia comportamentale.

Le evidenze suggeriscono che:

  • l’iper-monitoraggio aumenta l’eccitazione cognitiva;
  • l’attenzione selettiva sul sonno amplifica le percezioni negative;
  • il bisogno di controllo ostacola i processi spontanei dell’addormentamento.

Non a caso, nei protocolli di terapia cognitivo-comportamentale per l’insonnia (CBT-I), si lavora proprio su:

  • riduzione del controllo;
  • accettazione dell’imperfezione del sonno;
  • disconnessione dai dati universali.

 

Segnali da non sottovalutare

Alcuni indicatori tipici di ortosomnia includono:

  • controllare compulsivamente i dati del sonno;
  • sentirsi ansiosi dopo un “punteggio basso”;
  • modificare continuamente le abitudini per migliorare i dati;
  • percepire di dormire male nonostante l’assenza di sintomi reali.

Quando questi comportamenti diventano persistenti, possono compromettere la qualità della vita.

L’ortosomnia è il riflesso di un cambiamento culturale più ampio. Ad oggi, si vive in un contesto in cui tutto è misurabile, ottimizzabile e confrontabile. 

Il sonno, dal canto suo, non fa eccezione e una funzione biologica spontanea viene trasformata in obiettivo, metrica e prestazione.

Il risultato? Dormire diventa qualcosa da “fare bene” invece che qualcosa che accade.

 

Come uscire dal circolo dell’ortosomnia

Le evidenze cliniche suggeriscono alcune strategie efficaci:

 

Ridimensionare il ruolo dei dati

I tracker possono essere utili, ma non devono sostituire la percezione soggettiva.

Accettare la variabilità del sonno

Non esiste un sonno perfetto ogni notte.

Ridurre il monitoraggio

In alcuni casi, sospendere temporaneamente l’uso del dispositivo aiuta a ristabilire un rapporto sano con il sonno.

Intervenire sull’ansia

Tecniche di rilassamento e CBT-I restano gli strumenti più efficaci.

L’ortosomnia rappresenta un esempio emblematico di come la tecnologia, pur nata per migliorare il benessere, possa generare effetti controintuitivi.

Il punto non è eliminare i dispositivi, ma imparare a usarli senza delegare loro il controllo della nostra esperienza.

Perché il sonno, per sua natura, non è qualcosa che si ottimizza: è qualcosa che si lascia accadere.

 

FAQ – Domande frequenti sull’ortosomnia

Cos’è l’ortosomnia in parole semplici?

L’ortosomnia è una forma di ossessione per il sonno perfetto, spesso alimentata dall’uso di app e dispositivi che monitorano i parametri notturni. Chi ne soffre tende a valutare la qualità del sonno più in base ai numeri che alle proprie sensazioni.

L’ortosomnia è una malattia riconosciuta?

No, al momento non è classificata come disturbo ufficiale nei manuali diagnostici come il DSM-5. Tuttavia, è un fenomeno clinicamente osservato e documentato nella letteratura scientifica, soprattutto nell’ambito della medicina del sonno.

I tracker del sonno sono affidabili?

Non completamente. I dispositivi consumer:

  • stimano il sonno tramite movimento e frequenza cardiaca;
  • non utilizzano strumenti clinici come la polisonnografia;
  • possono fornire dati imprecisi o fuorvianti.

Per questo motivo, i dati vanno interpretati con cautela e non devono sostituire una valutazione medica.

Come capire se si soffre di ortosomnia?

Alcuni segnali tipici includono:

  • controllare compulsivamente i dati del sonno ogni mattina;
  • sentirsi frustrati o ansiosi per punteggi bassi;
  • modificare continuamente le abitudini per migliorare i risultati;
  • percepire di dormire male nonostante si stia bene durante il giorno.

Se questi comportamenti diventano frequenti, è utile approfondire.

Ortosomnia e insonnia sono la stessa cosa?

No, ma sono collegate. L’ortosomnia può favorire o peggiorare l’insonnia, perché aumenta l’ansia e il controllo sul sonno, due fattori che interferiscono con l’addormentamento naturale.

È meglio smettere di usare smartwatch e app per il sonno?

Non necessariamente. Il punto non è eliminarli, ma ridimensionarne il ruolo.
Se però il monitoraggio diventa fonte di stress, una pausa temporanea può aiutare a ristabilire un rapporto più naturale con il sonno.

L’ortosomnia colpisce tutti allo stesso modo?

No. È più frequente in persone con tendenza al perfezionismo, sensibili all’ansia, molto orientate al controllo e alla performance 

Non dipende tanto dall’età o dal genere, quanto dal profilo psicologico.

Si può curare l’ortosomnia?

Non esiste una cura specifica, ma si può intervenire efficacemente con:

  • terapia cognitivo-comportamentale per l’insonnia (CBT-I);
  • tecniche di rilassamento;
  • riduzione del monitoraggio;
  • educazione al sonno.

L’obiettivo è riportare il sonno a una dimensione naturale, non performativa.

 

Articolo del 09-07-2026

Dott.ssa Ilaria Laccu

Medico Chirurgo specialista in Neurofisiopatologia del sonno. Possiede la certificazione Italiana AIMS di "Medico Esperto in Medicina del Sonno" ed Europea ESRS come "Somnologist" ad indirizzo Respiratorio e Neurologico. Dottorato in Neuroscienze applicato alla ricerca sulla Medicina del Sonno. Responsabile del Centro Neurologico di Cagliari, si occupa dell'inquadramento clinico dei disturbi del sonno e della diagnostica strumentale con polisonnografia notturna completa; personalizza poi la terapia mirata del problema riscontrato tramite una impostazione farmacologica, o comportamentale, o con ventilatore notturno. Laurea in Medicina e Chirurgia presso l'Università degli Studi di Cagliari. Specializzazione in Neurofisiopatologia presso l'Università degli Studi di Cagliari.