Dott.ssa Ginevra Del Giudice
Articolo del 05-02-2026
Indice
L’ossigeno a basso flusso (di solito erogato tramite cannule nasali) è uno dei supporti respiratori domiciliari più conosciuti, ma anche tra i più fraintesi. Perché? C’è chi lo immagina come un “aiuto universale” per dormire meglio, e chi, invece, lo teme come una dipendenza inevitabile.
Però, la verità clinica si rivela essere più semplice e più precisa: l’ossigeno notturno può essere molto utile quando c’è una reale ipossiemia (cioè una riduzione dell’ossigenazione nel sangue), ma non è un rimedio generico per russamento, apnee o insonnia.
Capire quando serve e cosa può fare è il primo passo per usarlo in modo sicuro e davvero efficace. Vediamo cosa dice la scienza.
Che cos’è l’ossigeno a basso flusso e perché si usa di notte
Per “basso flusso” si intende una somministrazione di ossigeno con portate contenute (spesso 1–2 litri/minuto, ma il valore può variare), in genere attraverso cannule nasali. L’obiettivo non è “dare energia” o “rilassare”, ma mantenere una saturazione di ossigeno adeguata durante il sonno, quando alcune persone tendono a desaturare più facilmente.
Questo può accadere, per esempio, in presenza di:
- malattie respiratorie croniche (come BPCO o alcune fibrosi/interstiziopatie), soprattutto se c’è già fragilità degli scambi gassosi;
- ipoventilazione notturna (in alcuni quadri neuromuscolari o nell’obesità severa, da valutare con attenzione);
- condizioni cardiopolmonari che rendono più probabile una desaturazione notturna clinicamente significativa.
Il punto chiave è uno: l’ossigeno è una terapia mirata all’ossigenazione. Non cura la causa di fondo, ma riduce le conseguenze dell’ipossiemia quando questa è documentata e rilevante.
Come influisce sul sonno e sul benessere diurno
Quando la desaturazione notturna è reale e persistente, correggerla può avere effetti concreti: meno micro-risvegli legati allo stress fisiologico dell’ipossia, minore attivazione simpatica (la risposta “da allarme” dell’organismo), potenzialmente migliore tolleranza allo sforzo e meno affaticamento diurno in alcuni pazienti.

Non è da considerarsi che più ossigeno significhi più sonno profondo. Se il problema principale non è l’ossigenazione ma, per esempio, la frammentazione del sonno per apnee ostruttive, l’ossigeno può migliorare la saturazione ma non risolvere gli eventi ostruttivi.
In questi casi, la terapia di riferimento resta un trattamento specifico (come la CPAP), perché agisce sulla causa meccanica dell’ostruzione.
Sintomi: quando sospettare un problema di ossigenazione notturna
Non esiste un sintomo “firma” dell’ipossiemia notturna, ma alcuni segnali devono far alzare l’attenzione, soprattutto se compaiono insieme e in persone con fattori di rischio respiratori o cardiaci:
- risvegli frequenti con sensazione di fiato corto o “fame d’aria”;
- sonno non ristoratore e stanchezza marcata al mattino;
- cefalea mattutina (non specifica, ma da inquadrare);
- sonnolenza diurna, calo di concentrazione;
- peggioramento della tolleranza allo sforzo o senso di affanno notturno.
Questi segnali, però, possono sovrapporsi a disturbi molto diversi (apnea ostruttiva del sonno, insonnia, ansia, reflusso, scompenso cardiaco). Per questo la diagnosi non può basarsi “a sensazione”.
Diagnosi: come si decide se l’ossigeno notturno serve davvero
La valutazione corretta parte da un dato oggettivo. A seconda del quadro clinico, il medico può proporre:
- saturimetria notturna (ossimetria) per vedere se e quanto si desatura durante il sonno;
- emogasanalisi (arteriosa o capillare, quando indicata) per valutare ossigeno e anidride carbonica e capire se c’è anche ritenzione di CO₂;
- polisonnografia o cardiorespiratorio notturno se si sospettano apnee ostruttive o ipoventilazione;
- approfondimenti pneumologici/cardiologici (spirometria, imaging, valutazione della funzionalità) in base alla storia clinica.
Il messaggio pratico è: l’ossigeno notturno non dovrebbe essere “provato” a caso.
Va prescritto e titolato sulla base di misurazioni, perché sia la sottoterapia sia l’uso improprio possono essere inutili o, in alcuni contesti, rischiosi.
Ossigeno a basso flusso durante il sonno: Miti e verità
Ecco alcuni equivoci frequenti, con la relativa “verità clinica”:
- mito: “Se lo uso dormirò meglio a prescindere”; verità: migliora l’ossigenazione quando è bassa, ma non è un sonnifero e non risolve da solo insonnia o apnee ostruttive;
- mito: “Se inizio, non potrò più smettere”; verità: la necessità dipende dalla causa e dalla sua evoluzione: in alcune condizioni è stabile e cronica, in altre può cambiare nel tempo;
- mito: “L’ossigeno sostituisce la CPAP nelle apnee”; verità: sono terapie diverse: la CPAP mantiene aperte le vie aeree, l’ossigeno aumenta la quantità di ossigeno inspirata ma non rimuove l’ostruzione;
- mito: “Più litri/minuto = meglio”; verità: il flusso va impostato dal medico: in alcuni pazienti (per esempio con rischio di ritenzione di CO₂) aumentare troppo può essere controproducente.
Uno studio: l’ossigeno notturno “da solo” non è sempre la soluzione
Un punto spesso trascurato è che la desaturazione notturna isolata, soprattutto in alcune persone con BPCO che non presentano grave ipossiemia diurna, non implica automaticamente un beneficio clinico importante dalla somministrazione di ossigeno notturno.
In un trial randomizzato pubblicato sul New England Journal of Medicine nel 2020, l’ossigeno notturno nei pazienti con BPCO e desaturazione notturna isolata non ha mostrato un chiaro vantaggio su esiti come la sopravvivenza o la progressione verso ossigenoterapia a lungo termine.
Questo non significa che “non serve mai”, ma che va prescritto solo quando l’indicazione è solida e personalizzata, evitando automatismi.
Sicurezza e gestione pratica: cosa sapere
L’ossigeno è da considerarsi un farmaco, senz’altro efficace, ma da usare con cautela e consapevolezza.
Ecco alcuni aspetti pratici che è necessario considerare:
- secchezza nasale e fastidio: possono migliorare con umidificazione o accorgimenti consigliati dal team curante;
- aderenza e posizionamento: cannule mal posizionate riducono l’efficacia e disturbano il sonno;
- rischio incendio: evitare fumo e fiamme libere in modo assoluto in presenza di ossigeno (è una regola di sicurezza imprescindibile);
- controlli: rivalutazioni periodiche servono per confermare che il flusso sia corretto e che l’indicazione resti valida.
FAQ
Posso usare un saturimetro da dito a casa per “autodiagnosticarmi” l’ossigeno notturno?
Può essere utile come orientamento, ma non è uno strumento diagnostico completo: letture singole o intermittenti non descrivono l’andamento del sonno, e alcuni dispositivi consumer possono essere imprecisi in certe condizioni (freddo alle mani, movimento, scarsa perfusione). Se c’è un sospetto clinico, la strada corretta è un’ossimetria notturna strutturata o un esame del sonno prescritto dal medico.
L’ossigeno notturno può peggiorare la ritenzione di anidride carbonica (CO₂)?
In alcune persone predisposte (per esempio in specifici quadri di ipoventilazione o in parte dei pazienti con BPCO), un eccesso di ossigeno può favorire un aumento della CO₂. Non è un motivo per demonizzare la terapia, ma per ribadire che flusso e indicazione vanno personalizzati e controllati (talvolta con emogasanalisi o monitoraggi mirati).
Se ho russamento e mi sveglio stanco, ha senso chiedere direttamente l’ossigeno?
Di solito no: in quel caso la priorità è escludere o confermare l’apnea ostruttiva del sonno, perché la terapia più efficace è quella che rimuove l’ostruzione (non solo che “corregge” la saturazione). Se le apnee ci sono, trattarle adeguatamente spesso migliora sia la qualità del sonno sia l’ossigenazione.
Articolo del 05-02-2026
