Dott.ssa Ginevra Del Giudice
Articolo del 12-03-2026
Indice
Quando si parla di ossigenoterapia, la domanda che sorge non riguarda meramente la quantità di litri al minuto, ma quale concentrazione di ossigeno (FiO₂) arriva davvero ai polmoni?
A parità di “ossigeno prescritto”, infatti, la FiO₂ può cambiare molto in base al dispositivo e al tipo di terapia: a basso flusso oppure ad alto flusso. Capire la differenza è utile sia per interpretare ciò che accade in pronto soccorso e in reparto, sia per leggere correttamente indicazioni e obiettivi (saturazione, comfort, sicurezza).
Che cos’è la concentrazione di ossigeno (FiO₂)
La FiO₂ (fraction of inspired oxygen) è la percentuale di ossigeno inspirata. In aria ambiente è circa 21%; con l’ossigenoterapia può salire progressivamente fino a valori molto alti.
Il punto chiave: i litri/minuto (L/min) non corrispondono a una FiO₂ fissa, perché la FiO₂ dipende da quanta aria ambiente si mescola all’ossigeno erogato e da come respira la persona (frequenza, profondità, “fame d’aria”, respirazione a bocca aperta).
Terapia a basso flusso: concentrazione di ossigeno variabile
Nella terapia a basso flusso, il flusso erogato non copre l’intero fabbisogno inspiratorio del paziente: una parte dell’aria inspirata arriva quindi dall’ambiente e si miscela con l’ossigeno. Risultato: FiO₂ meno prevedibile.
Vediamo quali sono i dispositivi più usati:
- cannule nasali: comode e rapide, ma la FiO₂ varia molto con il pattern respiratorio;
- maschera semplice: utile quando serve un supporto maggiore rispetto alle cannule;
- maschera con reservoir: consente FiO₂ più elevate rispetto alla maschera semplice, ma resta un sistema “poco preciso” se la ventilazione del paziente si modifica;
- maschera di Venturi: caso particolare: pur rientrando spesso nei sistemi “a flusso non elevatissimo”, è progettata per fornire una FiO₂ più controllata (per esempio 24–28–31–35–40–50%), motivo per cui è spesso scelta quando serve titolare con maggior precisione.
Quando è indicata la terapia a basso flusso
In generale, il basso flusso è adatto a quadri lievi o moderati, o a situazioni in cui si vuole correggere l’ipossiemia senza tecnologie più avanzate.

Il limite è proprio la variabilità: se il paziente passa da una respirazione tranquilla a un respiro rapido e superficiale, la FiO₂ effettiva può scendere anche rapidamente.
Terapia ad alto flusso (HFNC): concentrazione di ossigeno stabile
Con “alto flusso” oggi si intende soprattutto la High-Flow Nasal Cannula (HFNC): un sistema che eroga una miscela di aria e ossigeno a flussi molto elevati, in genere fino a 60 L/min, con gas riscaldato e umidificato.
La differenza pratica è decisiva: il flusso è tale da eguagliare o superare la richiesta inspiratoria del paziente. Questo permette di ottenere una FiO₂ più stabile e impostabile (dal 21% fino a valori molto alti), riducendo la “diluizione” con aria ambiente.
Perché spesso funziona meglio
L’HFNC può aiutare perché:
- riduce la sensazione di fame d’aria e lo sforzo respiratorio;
- “lava” parte dello spazio morto delle vie aeree superiori, migliorando l’efficienza ventilatoria;
- genera una lieve pressione positiva (variabile), che può favorire reclutamento alveolare;
- l’umidificazione migliora tollerabilità, secrezioni e comfort, soprattutto quando servono FiO₂ elevate.
Cosa dicono gli studi
In pazienti con insufficienza respiratoria ipossiemica acuta, un grande trial multicentrico ha mostrato benefici clinici dell’ossigeno ad alto flusso rispetto all’ossigenoterapia convenzionale in specifici esiti e sottogruppi, suggerendo un ruolo importante dell’HFNC nella gestione ospedaliera dell’ipossiemia.
La “concentrazione giusta”: i rischi dell’ossigeno
L’ossigeno è un farmaco: va titolato.
In molti adulti l’obiettivo pratico è una SpO₂ ≥ 92%; in persone con BPCO (o rischio di ritenzione di CO₂) spesso si mira a 88–92%, proprio per evitare eccessi. In questi pazienti, somministrare ossigeno ad alte concentrazioni “a prescindere” può favorire ipercapnia e acidosi respiratoria.
Un trial randomizzato in ambito pre-ospedaliero, su sospetta riacutizzazione di BPCO, ha mostrato che l’ossigeno titolato (target di saturazione) riduceva mortalità e complicanze rispetto all’ossigeno ad alto flusso non titolato.
Differenze tra basso e alto flusso
La distinzione più utile è questa:
- basso flusso: ossigeno “aggiunto” al respiro, ma FiO₂ che oscilla perché il paziente continua a inspirare anche aria ambiente;
- alto flusso (HFNC): miscela erogata a flussi tali da rendere la FiO₂ molto più controllabile, con in più comfort e supporto fisiologico.
Dal punto di vista fisiopatologico, la differenza incide sul controllo dell’ossigenazione e sulla stabilità clinica.
Con il basso flusso, ogni variazione del pattern respiratorio (tachipnea, respirazione orale, atti inspiratori profondi) può modificare la percentuale effettivamente inspirata.
L’HFNC, invece, erogando un flusso superiore alla richiesta inspiratoria, riduce la diluizione con aria ambiente, migliora l’umidificazione delle vie aeree e può contribuire a diminuire il lavoro respiratorio.
Questo si traduce in maggiore prevedibilità terapeutica, soprattutto nei quadri di insufficienza respiratoria moderata o instabile.
Terapia a basso o ad alto flusso? Come decidono i medici:
Nella pratica clinica si valuta un insieme di fattori. Vediamo quali:
- saturazione;
- frequenza respiratoria;
- lavoro respiratorio (uso dei muscoli accessori);
- stato di coscienza;
- emogasanalisi;
- comorbidità (soprattutto BPCO);
- risposta dopo i primi minuti di terapia.
Dunque, quando tende a essere preso in considerazione l’alto flusso?
Quando:
- il fabbisogno di ossigeno è elevato e instabile;
- serve una FiO₂ più prevedibile;
- il paziente fatica a respirare e la sola “aggiunta” di ossigeno non basta;
- si vuole evitare un rapido passaggio a supporti più invasivi, quando appropriato.
FAQ – Domande frequenti sull’ossigenoterapia
L’ossigenoterapia può essere fatta “a scopo energetico” anche se la saturazione è normale?
No: se la saturazione è normale e non c’è indicazione clinica, l’ossigeno non è un “ricostituente”. Un uso improprio può ritardare diagnosi corrette (ansia, anemia, crisi asmatica, problemi cardiaci) e, in alcuni pazienti, aumentare rischi.
In casa, come si controlla che l’ossigeno sia davvero “giusto”?
La regola pratica è seguire prescrizione e target indicati dal medico (spesso un range di saturazione) e monitorare con saturimetro in condizioni comparabili (riposo, cammino, sonno se richiesto).
Se la saturazione resta bassa nonostante la terapia, o se compaiono sonnolenza marcata/confusione, serve un contatto medico: può essere necessario un aggiustamento o una valutazione con emogasanalisi.
Alto flusso significa “ventilazione”? È la stessa cosa della CPAP o della NIV?
No. L’HFNC è ossigenoterapia ad alto flusso con supporto fisiologico, ma non sostituisce automaticamente CPAP/NIV, che sono forme di ventilazione non invasiva con pressioni impostate e obiettivi diversi (per esempio supporto ventilatorio e gestione della CO₂).
La scelta dipende dal tipo di insufficienza respiratoria (ipossiemica vs ipercapnica) e dalla gravità.
Articolo del 12-03-2026
